Author Archives: Federico Lera

Non è favoreggiamento concedere in locazione un immobile ad una prostituta a prezzo di mercato.

Con la sentenza n. 39181 del 28.09.2015 la Sezione III Penale della Corte di Cassazione ha confermato il proprio costante orientamento secondo cui “non è ravvisabile il favoreggiamento della prostituzione nel fatto di chi conceda in locazione, a prezzo di mercato (mentre qualora il canone sia superiore potrebbe ipotizzarsi lo sfruttamento), un appartamento ad una prostituta, anche se sia consapevole che la locataria vi eserciterà la prostituzione”.

Tale pronuncia, evoluzione della ormai costante giurisprudenza della Suprema Corte, ulteriormente commenta rilevando come “se la locazione non è concessa allo scopo specifico di esercitare nell’immobile locato una casa di prostituzione (nel qual caso ricorrerebbe l’ipotesi di cui alla L. n. 75 del 1958, art. 3, n. 2), la condotta del locatore non configura propriamente un aiuto alla prostituzione esercitata dalla locataria, ma semplicemente la stipulazione di un contratto attraverso cui è consentito a quest’ultima di realizzare il suo diritto all’abitazione. Insomma l’aiuto (o più esattamente il negozio giuridico) riguarda la persona e le sue esigenze abitative, e non la sua attività di prostituta. È vero che indirettamente ne è agevolata anche la prostituzione; ma questo rapporto indiretto non può essere incluso nel nesso causale penalmente rilevante tra condotta dell’agente ed evento di favoreggiamento della prostituzione. In verità – com’è noto – secondo la L. n. 75 del 1958 la prostituzione per se stessa non è prevista come reato, mentre è penalmente sanzionata ogni attività che induca, favorisca o sfrutti la prostituzione altrui, giacché il legislatore è mosso dallo scopo evidente di evitare che il mercimonio del sesso (penalmente irrilevante, ma socialmente riprovevole) sia comunque incentivato o agevolato da interessi o da comportamenti di terzi. Orbene, anche quando il reato previsto è a forma libera (come il favoreggiamento e lo sfruttamento, che possono essere commessi “in qualsiasi modo”), la condotta dell’agente deve essere legata all’evento da un nesso causale penalmente rilevante. Poiché l’evento del reato non è la prostituzione, bensì – nella fattispecie de qua – l’aiuto alla prostituzione, ciò significa che esula il reato ove la condotta dell’agente non abbia cagionato un effettivo ausilio per il meretricio, nel senso che questo sarebbe stato esercitato ugualmente in condizioni sostanzialmente equivalenti”.

Per un ottimo commento a firma di Filippo Lombardi e per il testo integrale della sentenza, si veda Altalex.

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Niente riconoscimento di “infortunio in itinere” per il lavoratore che utilizza il proprio autoveicolo in assenza di vera necessità.

Con sentenza n. 22154 del 20 ottobre 2014 la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha statuito come “il lavoratore può scegliere di recarsi al lavoro con il proprio mezzo, ma per traslare il costo di eventuali incidenti stradali sull’intervento solidaristico a carico della collettività (INAIL) è necessario che tale uso sia assistito da un vincolo di necessità, che deve essere escluso in presenza di alternative possibili”. Nel caso in esame il lavoratore chiedeva il pagamento, da parte dell’INAIL, dell’indennità per inabilità temporanea in relazione all’infortunio in itinere subito al volante della propria auto.

La Cassazione ha ritenuto come il danno in itinere necessiti che: 1) vi sia un nesso eziologico tra l’evento dannoso e il percorso intrapreso nel senso che quest’ultimo deve essere il percorso normale seguito per andare al lavoro; 2) sussistenza di nesso occasionale tra il percorso e attività lavorativa nel senso che deve trattarsi di un evento avvenuto su un percorso in orari compatibili con quello di lavoro; 3) la necessità dell’uso del proprio veicolo dovuta all’orario di lavoro e all’incompatibilità tra questo e l’uso dei mezzi pubblici.

Secondo la Suprema Corte non solo l’infortunio non viene indennizzato se l’assicurato ha aggravato per i suoi personali motivi la condotta extralavorativa connessa alla prestazione per ragioni di tempo e di luogo ma ha, altresì, rilevato come il mezzo pubblico costituisca lo strumento normale per gli spostamenti esponendo la persona la minor grado di rischi.

Considerato come il ricorrente, uomo in salute e senza problemi fisici, abitasse a breve distanza dal luogo di lavoro e come tale tragitto fosse comodamente servito da mezzi pubblici, la Corte ha ritenuto che la scelta del proprio veicolo, sebbene legittima, non fosse necessaria per recarsi al lavoro e, pertanto, ha escluso ogni possibilità di indennizzo.

Per un commento sul punto a firma di Giuseppina Mattiello e per il testo integrale della sentenza si veda Altalex.

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Se l’ex-coniuge ha una nuova famiglia di fatto perde il diritto all’assegno di mantenimento.

Con sentenza n. 6855 del 03 aprile 2015, la Corte di Cassazione ha statuito come “ove il coniuge divorziato instauri una famiglia di fatto, viene meno ogni presupposto per la riconoscibilità in suo favore dell’assegno divorzile”.

Nel caso in esame la moglie, beneficiaria dell’assegno divorzile, aveva instaurato una convivenza con il nuovo compagno da cui aveva avuto anche dei figli.

La Suprema Corte ha ritenuto come, nel caso in cui la nuova coppia non instauri una semplice e mera convivenza more uxorio bensì crei un vera e propria famiglia di fatto intesa, anche ai sensi dell’art 2 Cost., come entità portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli, il coniuge beneficiario dell’assegno divorzile perda tale diritto.

La suddetta conclusione deriva dal fatto che, creando una nuova famiglia di fatto, l’ex coniuge abbia espressamente inteso rescindere ogni continuazione e/o legame con la precedente vita matrimoniale e, pertanto, venga meno ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.

Per un ottimo commento sul punto si veda Altalex.

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Il cd. “Genitore Sociale” ha diritto di frequentare il figlio minore dell’ex convivente.

Il Tribunale di Palermo, Sezione I Civile, con decreto del 06 aprile 2015 ha statuito come “la discendenza genetica non deve essere considerata determinante ai fini dell’attribuzione al minore del diritto di mantenere stabili relazioni con chi ha rivestito nel tempo il ruolo sostanziale di genitore, pur non essendo legato da rapporti di appartenenza biologica o di adozione con il minore stesso”.

Nel caso di specie due donne omosessuali conviventi stabilmente decidevano di ricorrere alla fecondazione eterologa e, una delle due, partoriva così due gemelli. Anni dopo la relazione veniva a terminare ed i figli venivano affidati alla madre biologica. L’ex compagna, quindi, ricorreva in Tribunale affinché le venisse riconosciuto il diritto di mantenere un rapporto stabile e di frequentazione con i bambini.

Il Tribunale di Palermo ammetteva il ricorso, nonostante il semplice convivente di fatto definito “genitore sociale” non abbia alcuna responsabilità genitoriale e quindi alcun diritto nei confronti dei figli dell’ex compagno, in quanto il PM intervenuto si associava alle conclusioni della medesima. L’autorità Giudiziaria adita, quindi, rilevava come tra i minori e il “genitore sociale” si fosse creato un vero e proprio legame affettivo-famigliare sebbene in assenza di un vero e proprio legame biologico al punto che la ricorrente veniva identificata dai minori come “mamma”.

Il Tribunale di Palermo, quindi, in applicazione del principio internazionale “nel superiore interesse dei minori” (art. 24 carta Fondamentale dei diritti dell’Unione Europea) rilevava come fosse possibile compiere un’interpretazione evolutiva ma costituzionalmente e convenzionalmente conforme dell’art. 337 tre c.c., che consentisse di “estendere l’ambito applicativo della stessa norma per includervi un concetto allargato di bigenitorialità e di famiglia, ricomprendendo per tale via anche la figura del genitore sociale, ossia di quel soggetto che ha instaurato con il minore un legame familiare de facto significativo e duraturo”.

Tale principio viene confermato anche dalla Corte E.D.U. la quale, in base all’articolo 8 della Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo (rispetto della propria vita familiare e personale) ha esteso il concetto anche alla famiglia di fatto, non ritenendo determinante l’esistenza di un rapporto giuridico di parentela.

Per un ottimo commento sul punto a firma di Giuseppina Vassallo e per il testo integrale del decreto si veda Altalex.

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Definire “MILF” una collega su Facebook può comportare il licenziamento “per giusta causa”.

Con ordinanza del 28 gennaio 2015 il Tribunale di Ivrea, sezione Lavoro, ha statuito come “gli insulti gratuiti proferiti non solo nei confronti dei propri superiori, ma soprattutto di colleghe, risultano assolutamente gravi in quanto denotano la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti con le modalità potenzialmente più offensive dell’altrui reputazione, rendendo impensabile la prosecuzione del rapporto di lavoro”.

Nel caso di specie il lavoratore, una volta riassunto dall’azienda per cui lavorava a seguito di un contenzioso, postava sul social network Facebook frasi ingiuriose nei confronti dei superiori definiti “coglioni” nonché nei confronti delle proprie colleghe definite “milf” sebbene queste ultime, tra l’altro, fossero del tutto estranee alla precedente vertenza con l’azienda. Il datore di lavoro licenziava, così, il dipendente per giusta causa il quale ricorreva in Tribunale ritenendo che il proprio post sui social network, sebbene offensivo, non fosse di gravità tale da giustificare il licenziamento.

Il Tribunale di Ivrea ha rilevato come il suddetto post contenente i commenti diffamatori non fosse stato impostato dal lavoratore in gruppi chiusi o visibile solo per i cd. “amici” bensì fosse visibile a chiunque accedesse al social network ed è stato rimosso solo svariati giorni dopo a seguito dell’espressa diffida da parte dell’azienda.

Il Tribunale adito, quindi, ha affermato come la condotta in esame integrasse gli estremi delitto di cui agli artt. 81 cpv, 595 c. 1 e 3 cod. penale in quanto caratterizzata da particolare intensità, violenza e ha avuto come oggetto non solo la società ma anche dipendenti con modalità potenzialmente molto offensive della reputazione. Il Giudice ha evidenziato come le dipendenti oggetto delle offese non avessero alcun collegamento con la controversia di diritto del lavoro del dipendente.

In particolare il giudice ha focalizzato la propria decisione sull’acronimo “MILF” riferito alle colleghe il quale, in sé per sé, presenta un’accezione negativa gravissima ovvero quella di prostituta ultraquarantenne. Il tutto senza considerare come tale acronimo fosse accompagnato da pesanti giudizi sessisti sulle colleghe, tra cui averle definite come prostitute che devono anche pagare per avere clienti.

La gravità dell’offesa è tale ed evidente, soprattutto laddove si consideri che non si è neppure trattato di una reazione istintiva dato che il post è rimasto pubblicato per giorni, da giustificare pienamente il licenziamento per giusta causa.

Per un commento sul punto a firma di Mauro Alovisio e per il testo integrale dell’ordinanza si veda Altalex.

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Anche il semplice qualificarsi come “avvocato” pur senza esercitare abusivamente la professione costituisce reato.

Con la sentenza n. 46505 del 11 novembre 2014 la Sezione V Penale della Corte di Cassazione, nel caso di una donna che si era attribuita falsamente il titolo di “avvocato” pur non essendo iscritta al relativo Albo anche in assenza di effettivo esercizio abusivo della professione e solamente per risultare “più affidabile” agli occhi della vittima del reato, si è pronunciata stabilendo che “basta la falsa attribuzione della qualità di esercente una professione a integrare il reato di sostituzione di persona, atteso che la legge ricollega a detta qualità gli effetti giuridici tipici della corrispondente professione intellettuale; né si richiede che il fatto tenda all’illegale esercizio della professione, essendo sufficiente che venga coscientemente voluto e sia idoneo a trarre in inganno la fede pubblica“.

Anche in assenza di effettivo esercizio abusivo della professione di cui falsamente ci si attribuisce il titolo, può scattare il reato di sostituzione di persona.

Per un ottimo commento e per il testo integrale della sentenza, si veda Altalex.

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Commettere un furto all’interno di una scuola può integrare gli estremi del reato di cui all’art. 624-bis c.p. (c.d. “furto in abitazione”).

Con la sentenza n. 48734 del 24 novembre 2014 la Sezione V Penale della Corte di Cassazione, in merito ad un furto commesso all’interno dei locali di una scuola, ha deciso che “sia da ritenersi luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora qualsiasi luogo nel quale le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata, come studi professionali, stabilimenti industriali ed esercizi commerciali… nella specie, il furto è stato commesso all’interno di un edificio scolastico e, quindi, senza dubbio all’interno di un edificio destinato ad un’attività di pubblico interesse, quale l’istruzione degli allievi, ma del pari è indubitabile come nel suddetto edificio si rinvengano, altresì, siti o locali nei quali i soggetti frequentanti la scuola si trattengano, in modo transitorio o cogente, per lo svolgimento di atti della loro vita privata (spogliatoi, cortili e sale di ricreazione)“.

La riportata interpretazione dell’articolo 624-bis c.p. appare del tutto corretta non solo sul piano letterale, ma anche su quello logico-sistematico perché il legislatore con la Legge 26 marzo 2001 n. 128, articolo 2, che ha introdotto l’articolo 624 bis c.p., ha voluto ampliare la portata della originaria previsione del furto in abitazione di cui all’articolo 625 c.p., n. 1, in modo da comprendere anche i luoghi destinati in tutto, abitazioni o in parte, gli altri luoghi indicati in precedenza, a privata dimora.
E in tale ottica la giurisprudenza ha ritenuto luogo destinato in parte a privata dimora i luoghi ove si compiono attività lavorative (v. Cass. Sez. IV 16 aprile 2008 n. 20022) e, quindi, anche gli studi professionali o una farmacia (v. Cass. Sez. IV 25 giugno 2009 n. 37908) una sagrestia (v. Cass. Sez. IV 30 settembre 2008 n. 40245) o un bar (v. Cass. Sez. V 2 luglio 2010 n. 30957).

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Si impossessa del cellulare della fidanzata per leggerne i messaggi: è rapina.

Con la sentenza n. 11467 del 19 marzo 2015 la Sezione 2 Penale della Corte di Cassazione, esaminando il caso di un uomo che era andato ad impossessarsi del telefono cellulare della propria fidanzata solamente per poter mostrare al di lei padre i messaggi privati che ne dimostravano il tradimento ai suoi danni, si è pronunciata stabilendo che “nel delitto di rapina il profitto può concretarsi in qualsiasi utilità, anche solo morale, in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purché questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene… nel delitto di rapina sussiste l’ingiustizia del profitto quando l’agente, impossessandosi della cosa altrui (nella specie un telefono cellulare), persegua esclusivamente un’utilità morale, consistente nel prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da altro soggetto, trattandosi di finalità antigiuridica in quanto, violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane“.

Anche in assenza di profitto “concreto” identificabile in una materiale apprensione di un bene, potrà quindi sussistere il reato di rapina qualora il detto profitto sia invece qualificabile meramente come “utilità morale”; “per la configurabilità del reato di rapina, non si richiede lo scopo dell’agente di procurare a sè o ad altri un profitto di natura “economica”, ma è al contrario sufficiente che il colpevole abbia operato per il soddisfacimento di qualsiasi fine o bisogno, anche di carattere psichico, e quindi pure per uno scopo di ritorsione o di vendetta” (Altalex).

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Autovelox non revisionato? La multa va annullata.

Con sentenza n. 113 del 18 giugno 2015 la Corte Costituzionale ha stabilito l’illegittimità costituzionale dell’art. 45, comma 6, del Codice della Strada (Dlgs 30 aprile 1992, n. 285), “nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”.

Secondo la Corte Costituzionale, quindi, è illegittimo il verbale della polizia stradale che accerta la violazione dei limiti della velocità se lo strumento per il controllo elettronico utilizzato non è stato sottoposto alle verifiche periodiche di funzionalità e taratura.

La Corte non ha specificato la periodicità e la frequenza della revisione cui gli apparecchi per il controllo della velocità devono esser sottoposti ma si deve presumere l’annualità della stessa, poiché tale è il periodo in vigore per gli altri strumenti analoghi.

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Il coniuge si scopre gay? Nessun addebito della separazione per abbandono del tetto coniugale.

Con sentenza n 8713 del 29 aprile 2015 la Corte di Cassazione ha statuito che “non è addebitabile la separazione al coniuge che abbandona il domicilio coniugale per l’intollerabilità della convivenza, che deve essere valutata anche da un punto di vista soggettivo come fatto psicologico prettamente individuale. L’asserita omosessualità , non cambierebbe la prospettiva poiché è maggiormente evidente l’intollerabilità della convivenza matrimoniale per una persona omosessuale”.

Nel caso di specie la moglie scopriva di essere omosessuale e, per tali ragioni, si risolveva di abbandonare la casa coniugale data l’evidente impossibilità di continuare la convivenza con il marito.

Secondo la Corte di Cassazione i fatti che rendono intollerabile la convivenza, tali da giustificare il ricorso alla procedura di separazione, devono esser valutati non solo da un punto di vista oggettivo bensì soggettivo in quanto il concetto di intollerabilità può variare ed essere percepito diversamente da ogni individuo in relazione alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto della vita coniugale.

In presenza di una situazione d’intollerabilità ciascuno dei due coniugi può richiedere la separazione e, l’esercizio di tale diritto non può essere automaticamente ragione di addebito. L’omosessualità di uno dei due coniugi rende evidente e palese l’impossibilità assoluta d mantenere il regime matrimoniale di convivenza. Pertanto il relativo allontanamento alla dimora famigliare non potrà di certo essere considerato causa di addebito stante l’irrimediabile compromissione della vita matrimoniale.

Per un ottimo commento sull’argomento a firma di Giuseppina Vassallo e per il testo integrale della sentenza si veda Altalex.

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